Cartolina da “Petritoli”

Scendo a Petritoli per le vacanze estive il 5 agosto, incontro Giancarlo (come sempre) passeggiando in piazza il giorno dopo. Ci salutiamo, mi chiede del blog e di questa mia passione per la cucina, glielo racconto parlandogli anche delle altre due rubriche che lo compongono, ed è lì, mentre parlo, che mi viene in mente come un lampo l’idea di questa cartolina, mi dico tra me e me “scrivo le meraviglie che vedo negli altri posti che visito, potrei provare a fare la turista nel mio paese!”. Espongo subito l’idea a lui, mi dice passa quando vuoi. Ti starai chiedendo “perché parlare con lui per fare il giro turistico di Petritoli?”, abbi fede, troverai tutto più avanti, leggendo della mia gita turistica nel paese dove sono nata, cresciuta e dove sento di avere le radici più forti del mio essere. Il racconto segue la regola che da sempre contraddistingue le mie cartoline, scriverle nello stesso esatto ordine in cui io ho visto le cose. Questa volta però…con qualche divagazione, del resto…a parte le tre settimane di vacanza questo agosto, ci ho vissuto per 34 anni, di divagazioni ne avrò…tu che dici?!?!

Me la prendo comoda perché dal 6 agosto (giorno del lancio dell’idea), mi decido a fare questo giro il 23 agosto. Ma ci sta, tra la famiglia, le vacanze, il mare, gli amici, è normale prendersela con una certa comodità. L’appuntamento è per le 10:30 da lui in piazza, da casa mia a piedi sono poche centinaia di metri percorrendo la salita delle scalette sovrastata da loro,


i tre archi a sesto acuto “sorvegliati” dai due torrioni laterali. I torrioni sono più o meno della seconda metà del 1400, come testimoniano le bocche da fuoco presenti, gli archi sono stati realizzati dopo la presa di Porta Pia, e da allora è senza dubbio  l’elemento architettonico caratterizzante del paese. Simboleggiano i tre villaggi (Petrosa, Petrania, Petrollavia) che diedero vita a Petritoli. Forma, stile, architettura sono simbolicamente da accomunare ad un altra icona petritolese di cui ti parlerò in seguito. Il basamento era quadrato (gli angoli vennero poi smussati per far passare le corriere), il numero tre rappresenta la trinità, gli archi rappresentano la vita e il legame tra cielo e terra. Alla fine della salita, con i tre archi difronte, alla tua sinistra il panorama che ti si apre alla vista è impagabile, una terrazza sulla vallata che emoziona in ogni stagione dell’anno e che io ogni volta non riesco a fare a meno di guardare. Ma devo andare, il mio appuntamento mi aspetta, e infatti lo trovo lì, nell’ufficio che sua moglie Marisa chiama il “salva matrimonio”, ricco di foto, libri, vita e di sciarpe di squadre di calcio,


tutte quelle che gli vengono regalate dai turisti che passano per Petritoli. Esiste, assolutamente, un Ufficio Turistico, ma Giancarlo è diventato oramai la prima tappa da fare perché in Vicolo del Forno 3, negli spazi difronte al suo ufficio ha ridato vita, oramai da qualche anno all’Antica Stamperia Fabiani.


Fu il nonno Nicola a comprare nel 1903 questa tipografia che esisteva a Petritoli dal 1800. Inizialmente l’attività veniva svolta al secondo piano di Palazzo Fabiani (residenza della famiglia e attualmente palazzo storico) venne spostata in Vicolo del Forno 3 nel 1957. Il Palazzo lo riconoscerai, è proprio difronte all’ingresso del vicolo, ha una facciata molto bella sulla quale spicca una grande meridiana, è stato Palazzo Comunale, e, probabilmente, sede di un teatro in legno. Il nonno ebbe 6 figli, tre maschi e tre femmine, tutti lavoravano alla tipografia di famiglia, ma per una serie di vicissitudini l’attività venne terminata solo da uno dei figli, il padre di Giancarlo, Filemone Fabiani. Nel corso del tempo i suggerimenti sul cosa fare di questo vasto spazio di circa 150 mq sono stati tanti, il più diffuso  “butta tutto, facci un appartamento, affittalo”, ma Giancarlo ha fatto la scelta migliore, continuare a dare parola, onore, lustro alla lunga tradizione di tipografi che accompagna la sua famiglia da sempre. E così, anche con l’aiuto di alcuni amici, ha ripristinato l’antica tipografia, creando un laboratorio didattico molto attivo dove chiunque vada a visitarlo, sia bambini che adulti, viene istruito su come si effettui una stampa e può poi provare a farla. I macchinari, i torchi, i caratteri


sono ancora quelli originali dell’antica stamperia risalente al 1800, la macchina pianocilindrica


troneggia davanti alla parete di una chiesa risalente al 1200 sulla quale venne costruita l’attuale Chiesa di Santa Maria in Piazza. C’è anche una macchina lunga circa 3 mt che con la tipografia non c’entra nulla ma che è arrivata nell’Antica Stamperia Fabiani con una bella storia che voglio raccontarti.


In vacanza a Cupramarittima con la famiglia, Marco Bagnasco un pomeriggio di pioggia decide di fare un giro nell’entroterra marchigiano e capita a Petritoli nell’Antica Stamperia. Tornato a Verona ne parla con la madre e insieme decidono che, considerato il perfetto stato di conservazione di macchinari risalenti all’800, la reprocamera, realizzata dal nonno Francesco Bagnasco per Arnoldo Mondadori, da Giancarlo sarebbe in ottime mani e la donano a lui con l’impegno, testimoniato da un atto di donazione, di non alienarla o cederla a qualsiasi titolo senza previa consultazione con il donante. Carinissime da vedere sono anche le varie teche dove all’interno ci sono i vari cliché usati nel tempo, dalla spiga di grano del Partito dei Lavoratori a Sant’Innocenzo, dalla Madonna della Liberata a quella di Santa Maria in Piazza, e ancora dalla scatola della crema americana dal magico potere sbiancante per le mani sporche d’inchiostro, alle partecipazioni di nozze di altri due grandi personaggi petritolesi, la Maestra Domitilla Mattioli con il Prof. Ing. Renato Eleuteri, e i successivi biglietti che annunciavano la nascita dei due figli della coppia.


Si sta bene da Lu Stampatò (così è affettuosamente conosciuto Giancarlo a Petritoli per ovvi motivi!) ma proseguiamo il giro verso un altro simbolo di Petritoli, la Torre Civica.


Alta più di 40 mt. le spiegazioni che la accompagnano da sempre sono due. La prima è una diceria popolare, che, rifacendosi alla sua forma estetica, la vuole costruita contro il vescovo di Fermo, una forma di scherno quasi a voler alzare una sorta di dito medio nel punto più alto del paese e ben visibile, appunto, dalla città di Fermo che ci guarda solo da qualche collina più in là. L’altra voce di popolo dice che, caduto il Regno di Napoleone nel 1815, inizia la Restaurazione dello Stato della Chiesa, cioè lo Stato Pontificio rientra in possesso dei territori di cui era stata espropriata da Napoleone. La torre viene progettata nel 1820 e si decide di costruirla al posto della Torre Romanica che era il campanile della Chiesa di Santa Maria in Castello (la chiesa non c’è più da tempo e la torre romanica è molto ridotta male). La nuova torre viene elevata su tre piani ogni piano ha una forma geometrica diversa ciascuna con un significato ben preciso:

  • La base quadrata rappresenta la terra, perché quattro sono i punti cardinali,
  • Il piano in mezzo ottagonale rappresenta la resurrezione, la guida, il rinnovamento, la rinascita. L’ottagono, come anche il numero 8 simboleggia, la mediazione tra terra e cielo, tra il quadrato e il cerchio
  • E il terzo piano è di forma circolare e rappresenta la perfezione, il cielo
  • A chiudere la torre, la cupola che rappresenta la volta celeste

Due significati molto diversi e in profondo contrasto, il primo anche divertente, il secondo che testimonia la scelta precisa di riaffermare un potere molto forte in piena Restaurazione.

Riprendiamo il percorso e scendendo dalla salita della Rocca Giancarlo vede dei volti nuovi, che guardavano verso il vicolo della Stamperia, non esita nemmeno un attimo, dice “Signori vi aspettiamo per andare insieme a visitare il teatro”. Alessia è di Campofilone, il teatro lo conosce già, ha avuto modo di partecipare ad un evento dove ha fatto un intervento in qualità di psicologa, accompagna il suo ragazzo e i genitori di lui che vengono da Roma a visitare questo “mio” antico borgo. Ma strada facendo la signora si lascia sfuggire di essere originaria di Fermo e, per qualcuno, la notizia non è proprio delle migliori, prendono vita storie di vecchie rivalità tra città che non sopiscono mai, ma che, ai giorni attuali, grazie a Dio, strappano una risata che dura giusto il tempo di trovarci davanti alla porta del Teatro dell’Iride.

La targa posta sopra alla porta dell’ingresso in platea ricorda che fu con deliberazione consiliare dell’autunno 1873 che il sindaco dell’epoca volle l’edificazione di questo teatro come palestra di educazione civile.

Ma all’epoca non tutti potevano entrare in teatro e la costruzione fu voluta soprattutto dalle famiglia nobili e dell’alta borghesia presenti in paese, che si riunivano qui per i balli, le feste, i veglioni di Capodanno e anche, senz’altro, per assistere alle varie rappresentazioni, dalla lirica alle commedie ai concerti. I miei ricordi del teatro sono, oltre che quelli delle stagioni che non mi perdevo da ragazza, anche quelli legati alla compagnia teatrale di cui ho fatto parte, guidata da un grande personaggio che mi fa piacere menzionare qui con grande affetto, la Maestra Andreina Ramazzotti, mente anima e cuore pulsante fino alla sua scomparsa de “La Stabile”, compagnia teatrale da lei ripresa nel 1984, da lei profondamente amata e che portò sul palco moltissime rappresentazioni apprezzate e riconosciute in ambito regionale. La compagnia filodrammatica esisteva già da tempo, dietro le quinte c’è ancora affissa la locandina che testimonia la ripresa dell’attività addirittura durante la Seconda Guerra Mondiale, con la commedia “Aprite le finestre” il 18 marzo 1945.

All’interno del teatro la conversazione tra noi presenti spazia,


ci raggiungono altri due turisti, Antonio e Maria Luisa di Padova. Giancarlo racconta che Il Teatro dell’Iride si è sempre onorato, grazie alle varie amministrazioni comunali che si sono susseguite (che di qualsiasi colore esse siano state, hanno sempre tenuto in alta considerazione l’attività del teatro) di avere in calendario delle belle e interessanti stagioni. Come quella che è prossima al debutto (ndr) la stagione lirica che si svolgerà dal 2 al 10 settembre e che si preannuncia imperdibile. Per tutte le info puoi chiamare in Comune.

Giancarlo accompagnerà i nuovi visitatori a fare la prima parte del giro che io ho già visto, decido quindi di salutare i miei compagni, ringrazio Giancarlo, e procedo per conto mio. Il corso che prosegue dopo la piazza principale termina con la Chiesa di Santa Anatolia,


lungo il percorso troverai i due palazzi appartenuti ai Conti Vitali, entrambi di grande importanza storica, salterà però senz’altro al tuo occhio (per me è sempre stato così) quello in stile veneziano


realizzato nell’800. La discesa del teatro invece è sovrastata alla sua destra dalla rocca del paese, con il muro a scarpa che la sostiene.


Se guardi bene il muro al livello strada ci sono degli archi,


oramai murati, che prima erano le porte di ingresso di alcune grotte che erano alte il giusto perché la gente vi potesse entrare. Poi il Comune, parliamo di anni e anni fa, rifece la strada alzandone il livello e le grotte vennero chiuse. Ma l’attività che vi si svolgeva all’interno ha un custode, il Sig. Ennio Brinci, fabbro o meglio artista del ferro, la cui officina. è da sempre proprio lì di fronte al muro, e che tiene alla segretezza di quanto sa dichiarando che lo dirà soltanto quando le grotte verranno riaperte, è un suo grande desiderio e lotta da sempre perché questo avvenga. Le scalette alla fine della prima stradina a destra sbucano al Vicolo dell’Ospedale, la salita dopo la discesa principale, dove ad accoglierti c’è un’altra antica porta di accesso al paese,


porta ad un piccolo svincolo dove, se prendi a destra vai verso il Borgo Vecchio e poi in Piazza della Rocca, se prendi le scalette e percorri il percorso che noi petritolesi chiamiamo “i muraglioni”, arrivi al punto di partenza, i tre archi.

Pur passeggiando nel mio paese, che conosco come le mie tasche (o almeno credevo), sono riuscita a trovare qualcosa di stupefacente, passo davanti ad un cancello oltre il quale ci sono un signore che lavoricchia a qualcosa e un cane che inizia ad abbaiare, ed è proprio l’animale che, lanciando il segnale fa in modo che qualcuno mi riconosca e mi dica “Antonietta vieni, ti offro un caffè”. E mi si apre un mondo di bellezza, storia e magnifiche sensazioni. La casa fu costruita dal Conte Stelluti Scala (famiglia nobile originaria di Fabriano) per sua moglie che amava molto Petritoli. Ma la abitò poco e l’abitazione fu venduta al bisnonno della mia amica, all’epoca medico-chirurgo, che ne fece la dimora della sua famiglia. È un luogo che trasuda storia, vita, antiche usanze, vecchi mestieri, tutta le vicissitudini di una grande famiglia che ha conservato questo luogo del cuore lasciandolo quasi incontaminato dal resto del mondo. Trattandosi di un’abitazione privata, come potrai immaginare, per rispetto della privacy della famiglia, non dirò di più, quello che mi auguro con tutto il cuore è che presto il tutto venga trasformato in una casa museo, dove, ne sono certa, la gente farà a gara per entrare, e io, faccio qui promessa solenne, farò la fila per prima per rivederla di nuovo. Ti lascio però tre foto che hanno catturato la mia attenzione e che sono sicura colpiranno anche te. Nella prima andiamo a spasso nel tempo con delle caffettiere

in quest’altra con delle valigie d’epoca


e poi ti faccio vedere la chicca del termosifone con tanto di scaldavivande


Era quasi ora di pranzo e in casa un’amica ospite della mia amica preparava una meraviglia di riso al forno che poi ho avuto il piacere di assaggiare e del quale molto presto metterò ricetta nel blog

ma era ora di pranzo a casa mia e anche mia mamma (la migliore trattoria del mondo) era pronta con il suo riso con le verdure.


In questa cartolina, a differenza di tutte le altre scritte visitando luoghi per me “nuovi”, non posso suggerirti nessun posto dove mangiare, non sarebbe giusto, perché tutte le persone che hanno le attività le conosco da una vita e sarebbe sbagliato nominare qualcuno al posto di un altro. Ti dico però, questo si lo posso fare, che mangiare male a Petritoli è impossibile percui, come si dice qui da noi, “dove caschi caschi bene”, scegli tu che tanto vai a botta sicura.

Tornando verso casa rincontro Antonio e Maria Luisa, avevamo visitato il teatro insieme, ci fermiamo a scambiare due parole, loro sono di Este in provincia di Padova, un comune, mi dicono, anch’esso ricco di tante cose da vedere, mi suggeriscono di andarli a trovare, mi piacerebbe, potrebbe essere l’occasione di un’altra fantastica cartolina.

Tante altre cose non ho visto per te con i mei occhi durante questa “giornata turistica petritolese”, ma le conosco e tutte valgono la pena di esser visitate. Il complesso che va dall’attuale Chiesa di Sant’Andrea, comprendendo l’attuale sede del municipio, e terminando con le vecchie scuole elementari fa tutto parte dell’ex Convento delle Clarisse. La Sala Consiliare ospita un coro ligneo di rara bellezza,

e la Chiesa di Sant’Andrea, riaperta recentemente dopo un accurato restauro, è un gioiello dove ancora sono presenti le grate dietro le quali le suore partecipavano alle funzioni. La parte posteriore del Comune, quella che da sul versante della vallata dell’Aso, ospita quello che per tutti noi è l’orto dell’asilo ma che è diventato luogo di un romanticismo senza tempo da quando, da qualche anno a questa parte, vi vengono celebrati i matrimoni. Viene a sposarsi a Petritoli gente da tutto il mondo, fatto che ha regalato al paese il soprannome di “paese dell’amore”. Il recente terremoto non ha causato da noi danni ingenti e crolli, ma alcune chiese sono chiuse per dei lavori di ripristino che si sono resi necessari a seguito del sisma. Quando verranno riaperte vanno considerate come degne di visita anche la Chiesa di Santa Maria in Piazza, la Chiesa dei Minori Osservanti (nell’ex complesso dell’ospedale), la Chiesa di San Prospero. Di rito, la visita al Santuario della Madonna della Liberata, è il martedì che segue il Lunedì di Pasqua dove da sempre si svolge una festa a questo santuario dedicata. Due le feste grandi e ufficiali del paese, quella che si svolge ogni seconda domenica di luglio e della quale hai letto nell’articolo Cartolina da “La Festa de Le Cove”, e la Festa della Madonna della Misericordia che si svolge ogni anno la terza domenica di agosto e durante la quale ha luogo la corsa con i carrozzi. Ma annovererei come feste ufficiali anche due eventi che da anni si svolgono nelle due frazioni del paese. La Festa del Vino, che si svolge il primo fine settimana di settembre a Moregnano, e la Sagra dello Spiedo alla Trevigiana e del Prosecco che si tiene l’ultimo fine settimana di agosto a Valmir. Il menù di questa ultima sagra è veneto, come avrai notato, perché viene fatta in collaborazione con la città di Vidor con la quale Petritoli è gemellata.

Più o meno il quadro è completo, ma mancano molte altre cose che qui non riesco a raccontare. Tutta la parte emozionale che va, dai miei ricordi d’infanzia vissuta qui, fino al parlare con il mio consulente storico ufficiale (che non vuole essere nominato) con il quale mi sono confrontata per la veridicità di quanto da me scritto in questo articolo. E poi l’adolescenza, gli amici, le esperienze vissute, le tante cose fatte, le storie, le leggende narrate, i tanti personaggi che nel corso del tempo hanno caratterizzato la vita di questo splendido borgo medievale, la famiglia, il sentire che ti porti dentro nelle ossa ogni minimo fatto avvenuto qui, forse non basterebbe un libro per raccontarti tutto. Non so esattamente cosa mi renda tanto legata a questo luogo, cosa mi faccia pensare ogni volta che visito un altro posto “si però Petritoli”, non so spiegarlo, come tutti i grandi amori, nemmeno questo ha una spiegazione logica, ma è così e dal momento che mi sono trasferita per lavoro ho imparato a riconoscere l’essere cresciuta qui il mio grande valore aggiunto, sapere di poter scappare qui ogni volta che voglio per ricaricare le pile, la mia grande salvezza.

Se ti va di respirare un po’ di questo tumulto di emozioni e storia, ci trovi qui, vieni a trovarci.