Cartolina da Montemonaco “Nei luoghi della Sibilla magici per natura!”

Poco più di 500 gli abitanti, situato su un leggero pianoro di cresta posizionato a quota 1000mt sul livello del mare che lo rende il secondo Comune più alto delle Marche (il primo è Bolognola), Montemonaco è un luogo suggestivo, magico e ricco di cose da scoprire.

Tra storia e leggenda ben due sarebbero le origini a capo del nome. La prima quella che vuole derivi da Monte del Monaco facendo risalire la nascita del piccolo centro, al primo insediamento risalente all’VIII secolo ad opera di alcuni monaci benedettini che qui vollero dare vita ad una comunità. La seconda, più leggendaria, è che il nome discenda da Mons Demoniacus cioè Monte del Demonio, per via delle vicissitudini e delle storie legate a maghe, streghe, riti pagani, territori dai poteri magici grazie alla presenza di fonti surgive e acque dai preziosi contenuti di minerali.

Luoghi incantati e fatati legati indissolubilmente al mito della Sibilla Appenninica, figura eternamente divisa a metà tra realtà e immaginazione che scelse Montemonaco come suo spazio ove dimorare. Secondo alcuni, Sibilla, offesa dal fatto che Dio avesse scelto Maria come madre di suo figlio Gesù, si ritirò sul Monte Sibilla che, pur non essendo la vetta più alta, da il nome a tutta la catena appenninica di cui fa parte. Sceglie come grotta una cavità posta sotto la parte sommitale dell’unico monte che, a ben vedere,

è dotato di una corona e sicuramente la scelta non è caso. La Sibilla è, infatti, la regina di un mondo fantastico, incantevole, ultraterreno che inizia e si sviluppa propio all’interno dell’antro della sua grotta.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, da molto prima del Medioevo, studiata da molti, è stata amata e venerata da altrettanti (e lo è ancora) come maga, strega, fata, profetessa, seduttrice, incantatrice, donna immortale dotata di poteri sovrannaturali. Mille i nomi diversi in cui è stata definita,

per la Sibilla Appenninica due sono le testimonianze letterarie più importanti che narrano di lei.

Una in una versione romanzata la vede protagonista del V capitolo del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, un cantastorie toscano di Barberino Val D’Elsa che narra le vicissitudini di Guerrin, giovane e valente cavaliere, alla scoperta delle proprie origini. Qualcuno gli riferisce che l’unica in grado di farlo è la Sibilla Appenninica e Guerrino vi si reca, la profetessa dice al cavaliere che i suoi genitori sono vivi ma non rivela di più con lo scopo di tenerlo prigioniero nella grotta per sempre e per raggiungere il suo proposito cerca di farlo cadere in tentazione provocandolo con la lussuria. Guerrino però resiste e, facendo fede all’avvertimento ricevuto da tre eremiti che aveva incontrato davanti alla grotta prima di entrarvi, ne uscirà prima che sia trascorso un anno. Scoprirà poi, per vie del tutto diverse, che i suoi genitori sono il Re Milone e la Regina Fenisia, sovrani del piccolo Regno di Durazzo.

La seconda opera Il Paradiso della Regina Sibilla è in versione testimonianza per mano di Antonie de La sale  scrittore francese che recatosi a Montemonaco, come una sorta di reporter dell’epoca, descrive il percoso da fare per visitare i luoghi della Sibilla, disegnandone anche una mappa del territorio

e, raccoglie testimonianze tra la cittadinanza a documentazione della reale esistenza di questa figura.

Tutte e due le opere risalgono al 1400 e tutte e due sono contestualizzate fino ai nostri giorni.

La prima perché è stata scritta nel 1420, il seicentenario cadeva quindi nel 2020 e sarebbe stato degnamente celebrato dai due comuni gemellati di Montemonaco e Barberino Val D’Elsa ma, causa Covid, tutto è stato spostato al 2021.

La seconda in quanto le testimonianze descritte da de La Sale sono ancora oggi i racconti che aleggiano in paese e gli stessi che ricorda la mia straordinaria cicerone alla scoperta di questo splendido borgo, Rosangela Censori Presidente della ProLoco di Montemonaco. Erano i racconti dai nonni ai nipoti davanti al fuoco, durante le serate invernali in cui i bambini venivano a conoscenza di queste fate dai pieni caprini che abitavano il Monte Sibilla, che scendevano di notte a discrezione loro per ballare con i pastori e che, passando per la Faglia del Vettore (ancora adesso denominata dagli abitanti del luogo Cammino delle Fate) si sarebbero affrettate a rientrare prima che sorgesse il sole.

La strada per raggiungere la Grotta della Sibilla parte da Collina, frazione di Montemonaco, 5 km che ti porteranno a più di 1500 mt sul livello del mare e che si possono fare anche a bordo di un comodo bus navetta istituito dal Comune e disponibile ogni sabato e domenica e dal 10 al 23 agosto tutti i giorni. È visitabile quello che resta della grotta perché intorno agli anni ’60 la sua cupola è crollata e, negli anni, a causa dei vari movimenti della montagna, la grotta è implosa del tutto come pure sono state occluse le cavità ipogee scoperte da recenti studi effettuati con il georadar.

Si può guardare tutto anche da dove mi sono posizionata io cioè dal punto del belvedere del Parco Montiguarnieri posto nella parte più alta del paese. Qui nel 1300, quando i feudatari delle varie frazioni decisero di riunirsi sotto un unico libero comune, furono costruite le mura di cinta, ancora visibili,

a difesa dai comuni limitrofi. La vista che si apre da questa visuale lascia definitivamente e perdutamente senza parole incorniciata, partendo da sinistra,

dal Monte Vettore, Monte Torrone, Monte Banditello, Palazzo Borghese, Monte Porche, Monte Sibilla. Palazzo Borghese è così denominato perché il sentiero sottostante, ancora oggi chiamato Sentiero Imperiale, conduce a Roma e, nell’immaginario dei viandanti, le cime di questo monte, assomigliavano ai palazzi della famiglia Borghese presenti a Roma.

La valle sottostante è la Valle dell’Aso all’interno della cui gola vive la frazione di Foce di Montemonaco da dove il fiume Aso vede la sua sorgente. Il nome Foce deriva dal latino faux faucis che vuol dire, appunto, gola.

Da qui parte il sentiero per i Laghi di Pilato,

croce e delizia posta all’interno del Monte Vettore che costò a Montemonaco addirittura una scomunica papale revocata con pergamena del 1452 ancora visibile all’interno del Museo della Sibilla.

La leggenda dice che Pilato, pentitosi di aver fatto condannare Gesù, lasciò detto che alla sua morte il suo corpo venisse condotto fuori Roma per mezzo di un carro trainato da buoi. Dopo una dissennata corsa i buoi arrivarono a questo specchio di acqua in cui si gettarono e nel quale rimase per sempre il corpo del politico romano. Le sue acque sono da sempre legate alla stessa aurea magica che domina il mito della Sibilla e, sono state, nei secoli, scenario di riti pagani e esoterici tanto da suscitare l’ira del Papa che decise di prendere seri provvedimenti a tal proposito per placare queste pratiche.

Misterioso resta il motivo per cui sia stata posta tra i due laghi una pala d’altare ritrovata da poco, datata 1502 e riportante i nomi di tre nobili spoletini uno dei quali partecipò all’assassinio del Governatore di Spoleto.

Secondo le leggende questo specchio di acqua sarebbe l’accesso al regno degli inferi ma, volendo parlare di cose più carine, è l’unico habitat naturale di un piccolo crostaceo della famiglia degli anostracei, il Microcefalo Marchesoni, specie, ahimé e ahinoi, a fortissimo rischio di estinzione. La schiusa delle uova avviene, infatti, in presenza di acqua e i recenti cambiamenti climatici non favoriscono più le nevicate abbondanti che avvenivano nei mesi di novembre e dicembre e che permettevano l’invaso dei laghi. I laghi di Pilato stanno risultando pertanto sempre più asciutti e le possibilità di riproduzione di questo minuscolo crostaceo unico al mondo stanno diventando sempre più difficili.

La passeggiata di ritorno dal Parco Montiguarnieri al centro abitato è un modo per ammirare l’architettura del paese che è un trionfo di pietra arenaria tipica del luogo.

Nel cortile antistante le mura di cinta un monumento dedicato ad un illustre cittadino montemonachese, il Maestro Giovanni Censori, padre della mia guida Rosangela, che chiama affettuosamente questa targa “la ciotta de papà”

(la pietra di papà). Maestro del paese, ex sindaco, storico del territorio, scrittore di diversi libri, la sua conoscenza certosina del luogo si basava su più di 2500 libri letti e tanti archivi cittadini consultati tanto da riuscire a redigere un albero genealogico di quasi tutte le famiglie di Montemonaco e frazioni. Il ricordo che ha del padre Rosangela è di un uomo con gli occhialini appoggiati sul naso, immerso nei libri, davanti alla sua Olivetti o intento a scrivere su dei quaderni mentre con affetto mi dice che la sua calligrafia assomiglia a quella del suo amato papà.

A continuazione, dopo il cortile della ciotta, inizia la Chiesa di San Benedetto che vede l’acquisizione della sua attuale volumetria

in due fasi diverse. La prima del 1500 con la costruzione di un nucleo iniziale voluto perchè dal 1300 era aumentata la popolazione e nelle due piccole chiesette più in basso la gente non ci stava più. La seconda, negli anni successivi, sempre per lo stesso motivo e per volere del Podestà dell’epoca, vi lavorarono mastri muratori lombardi che conciarono le pietre nello stesso modo della precedente edificazione per poter dare un senso di continuità all’edificio. Si decise di includere alla chiesa anche la attualmente distinguibile civile abitazione del tale Signor Cacchio che per questa espropiazione venne risarcito con la costruzione di una nuova casa nel centro del paese. La costruzione poggia, nella parte posteriore, sulle mure castellane che potevano essere usate a questo scopo perché non servivano più nella loro funzione iniziale e, la torre campanaria della prima chiesa, altro non è che un torrione delle mura di cinta.

Soltanto recentemente è stata intitolata a San Benedetto da Norcia e non a caso, la chiesa ospita, infatti, un reliquario d’argento a forma di braccio

realizzato da un orafo norsino nel 1600 che custodisce all’interno le reliquie del braccio di San Benedetto.

Questa preziosità arriva a Montemonaco come bottino di guerra vinto dal Conte Garulli (nobile montemonachese) che vedendo prossima la sua morte lasciò detto al fratello di donare questa reliquia alla città. Il fratello, però, non dotato del suo stesso animo decise di accordarsi con dei signorotti di Norcia per vendere il lascito e fare cassa. Ma ogni volta che andava a prendere i cavalli per andare a Norcia questi si ribellavano non permettendo a nessuno di essere domati e alla fine dovette arrendersi all’evidenza del destino che voleva che la volontà del fratello venisse rispettata.

Negli anni ’60 il primo nucleo della chiesa cambia veste, viene sconsacrato, il suo abside viene inglobato alla chiesa più ampia, le precedenti funzioni religiose cedono il posto ai balli, ai film e agli spettacoli teatrali.

Oggi, sempre quel primo nucleo, è la sede del Museo Diocesano che ospita le opere che sono state salvate dalle chiese rurali distrutte dal sisma del 2016.

Da questo stesso terremoto quasi il 70% delle abitazioni di Montemonaco sono state rese inagibili, anche se all’esterno il paese appare come non aver subito nessun danno, le case al loro interno sono state molto danneggiate e quindi sono attualmente disabitate.

Ma il piccolo borgo è una esplosione di colore in un trionfo di fiori che abbelliscono anche le pareti delle case colpite e che

vengono gestiti con grande amore dalla squisita Signora Giovanna che si prende cura anche di quelli piantati dal Comune.

Facente parte a pieno titolo e con un ruolo di grande protagonista del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, per gli abitanti del luogo prendersi cura del territorio di appartenenza è la regola da sempre. Lo è per Giovanna, lo fa Rosangela da 30 anni come guida del posto prima ancora, quindi, dell’istituzione del Parco nel 1993, lo hanno fatto per secoli e lo fanno ancora gli altri cittadini attraverso le Comunanze Agrarie.

È una forma antichissima di proprietà collettiva, risalente a prima della nascita dei Comuni, che si occupa della gestione del territorio per l’uso civico legato ai residenti. Per intenderci, tratta nello specifico dell’attività boschiva come ad esempio il taglio della legna da distribuire per l’inverno alle varie famiglie del posto o dei pascoli di cui ne va gestito l’affitto e i relativi incassi da investire poi in interventi di miglioramento per il territorio.

Poco più di 500 abitanti e una montagna di cose da scoprire e non è finita qui…non perderti…

  • il Museo della Sibilla che ha sede a Villa Curi, edificio risalente a fine ‘800, appartenuto al ricco Enrico Sebastiano Tarani che alla sua morte nel 1903 lo lasciò in eredità alla moglie, la Signora Rosina Curi. La coppia non aveva figli, alla morte di lei andò ai nipoti che lo vendettero. Per molti anni fu il famoso Albergo Sibilla e nel 1978 diventò di proprietà del Comune che ne fece prima una scuola materna e poi l’attuale museo. All’interno è ripercorribile tutta la storia legata alla Sibilla e ai Laghi di Pilato che ti ho raccontato sopra e un gioco da fare anche per gli adulti normopeso. Scivolare allegramente lungo il tubo che simula l’ingresso all’antro della Sibilla all’interno del quale assistere alla proiezione di un video molto suggestivo.
  • una visita al Forno di Lele. Il bancone è un trionfo di squisitezze e sembra che, davvero, tutta la quantità di meraviglie dolci e salate presenti siano state le fate dai piedi caprini a realizzarle, magicamente scese e risalite lungo, appunto, il Cammino delle Fate
  • un passaggio, assolutamente obbligato, da Tipicità Grilli, dove degustare il Divinpanino ciauscolo e caciotta e dove le eccellenze marchigiane sono di casa e, soprattutto, tracciabilissime

Alla fine del tour, quando andrai a riprendere la macchina, farai di nuovo un giro su te stesso a 360° per ammirare quel panorama che, come poche visuali al mondo, ti farà tornare a casa con un senso assoluto di meraviglia e di magnificenza nell’anima.

Perché Montemonaco è magica per natura!

Buona Strada!