Cartolina da “Chiavenna, Prosto, Piuro”

Dall’arrivo a Chiavenna (sabato mattina verso le 11), alla partenza (domenica pomeriggio verso le 15), avrò percorso più o meno 30 km di strada a piedi, compresa una passeggiata in un sentiero di montagna nei boschi, la domenica mattina presto. Posso dirti, di tutto cuore e in tutta onestà, che non sono mai stata tanto felice di averlo fatto, per la ricchezza di cose viste e la bellezza dei luoghi visitati. A Chiavenna sono capitata per caso, una mattina in ufficio ho chiesto al mio collega Michele
(che tu nel blog hai conosciuto qui e prima ancora qui) di consigliarmi un posto in montagna carino da visitare per sfuggire alla calura milanese, mi dice
“vai a Chiavenna, io ci passo sempre per andare a St. Moritz, è molto carino”. All’inizio l’ho snobbata un po’, poi cerco, brigo, lui mi racconta, mi lascio convincere e vado, e faccio la cosa giusta perché è un posto fantastico, con tante cose da vedere, pace, tranquillità, dove si mangia benissimo, la gente è cordiale, insomma, un luogo da visitare. Per raccontarti tutto non vedevo l’ora di tornare a casa e scrivere questo articolo, con ancora vive nella mente le cose ascoltate, i luoghi visti e le sensazioni percepite. Chiavenna è sempre stata, nel corso dei secoli, un punto nevralgico di comunicazione tra l’Italia e l’Europa del Nord, fin dall’epoca dei Romani, e questa posizione strategica fece si che la Città (titolo che le fu concesso con R.D. il 20 novembre 1941) sviluppasse una forte attività commerciale che le portò un chiaro ed evidente beneficio economico. Re indiscusso, e indiscutibile, del territorio in cui Chiavenna si sviluppa è il fiume Mera attorno al quale gravita, e sicuramente ha gravitato molto di più in passato, la vita della città. Ha una storia molto ricca ed elaborata, caratterizzata da diverse dominazioni e annessioni a regni e repubbliche diversi. Troverai molte di queste vicissitudini nei racconti dei luoghi da me visitati che, come vuole la regola delle mie cartoline di viaggio, ti narro nello stesso esatto ordine in cui io li ho visti.

Sabato: parto con un treno da Milano Centrale alle 08:20 del mattino, il regionale che arriva fino a Colico, da lì cambio prendendone un altro che arriva a Chiavenna verso le 10:30. Ho già un piano riguardo cosa visitare, dove mangiare etc etc, ma mi fermo ugualmente all’Ufficio Turistico presente in stazione per chiedere una mappa. La ragazza è gentilissima, le spiego i miei piani e lei mi evidenzia i vari punti che mi ero prefissata, primo fra tutti l’albergo. Ho prenotato all’Hotel Aurora, che si trova in realtà a Prosto, luogo molto interessante di cui ti racconterò più avanti. Lo raggiungo a piedi percorrendo la Via Rezia, strada che è stata nel corso dei secoli il centro nevralgico degli scambi commerciali perché è proprio quella in prosecuzione della quale si arriva in Svizzera. Il Sig. Ilio ha costruito e gestisce l’albergo facendosi aiutare da tutti i suoi fratelli (sono sette in tutto di cui una sola femmina), è molto gentile ma attento, ha l’occhio di chi, da sempre abituato a scrutare le persone, dopo le prime parole che ci scambia capisce subito chi ha davanti. Parlare con lui è un piacere, la conversazione è molto interessante, i suoi consigli sulla città preziosi. Uno dei suoi fratelli gestisce il ristorante con piscina dalla parte opposta della strada, a Chiavenna alle 12 tutte le attività, sia commerciali che culturali, chiudono per la pausa pranzo per riaprire poi alle 15. Mangio quindi in questo delizioso ristorante

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da cui godere di uno splendido panorama sul fiume Mera, con contorno di piscina di un color turchese che allarga il cuore

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I boschi sono dappertutto, la scelta quindi della tagliatella non poteva che focalizzarsi su quella ai funghi porcini, della quale ti metto la foto, scattata

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prima di averci messo il parmigiano. Per questo fatto sono stata ripresa, dicono in montagna che sui funghi, come sul pesce, non ci vada…il punto però è che (pena chiusura blog e/o perdita followers!) che a me, il parmigiano, piace anche sul pesce!!! Finito con il simpatico scambio di opinioni al riguardo, mi riposo, tempo di una pennichella prima di partire alla scoperta della città.

Per scendere in paese uso, invece che il marciapiede della strada dove passano le macchine, la pista pedonale e ciclabile che costeggia il fiume Mera. Parte da poco più in su rispetto all’hotel, nel cuore della frazione di Prosto, davanti alla chiesa della Beata Vergine Assunta

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dove si sta svolgendo un matrimonio di una coppia svizzera con annessi parenti e amici. Di fianco alla chiesa, sulla sinistra, c’è il forno famoso dove trovare i ben noti e buonissimi Biscotti di Prosto di proprietà della famiglia Del Curto da diverse generazioni, e anche le scalette attraverso le quali accedere ad un percorso in montagna del quale ti parlerò in seguito. Dalla pista ciclabile si gode di una vista mozzafiato

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passando per una zona storica della città, ai piedi del Parco Naturale delle Marmitte dei Giganti (di cui ti parlerò), passando per viuzze d’epoca piene di crotti e fontanelle di acqua fresca pronte a dissetarti.

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A Chiavenna, quando andrai, non avrai bisogno di comprare mai l’acqua minerale, troverai tantissime fontanelle sparse in ogni luogo della città dalle quali sgorga acqua di montagna buonissima, freschissima, purissima. Ti basterà quindi portarti una borraccia da riempire all’occorrenza con la fantastica “acqua del sindaco”.

Sono ancora ignara della sorpresa che mi aspetta nel centro storico della città, in Via Bottonera 19, al Mulino Moro Bottonera. Il nome della via è dovuto a questo oggetto

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cioè il bottone di scarto della lavorazione al tornio della pietra ollare che veniva fatta in questa contrada, che un tempo era la zona artigianale di Chiavenna, situata sulla sponda del fiume Mera che, con la sua acqua e la forza della stessa, forniva “l’energia” alle varie attività. E proprio qui, anche il Cavalier Carlo Moro apre, intorno alla metà dell’ottocento un pastificio che nel 1890 viene nominato alla Camera di Commercio di Chiavenna “molino da grano e fabbrica da pasta”. Il pastificio aveva quindi un molino in grado di produrre la farina necessaria per la pasta, che però, con l’aumento della domanda non era più in grado di assicurare l’autosufficienza. Così, Carlo Moro sbarca nella più emancipata America, dove va a studiare una versione più moderna di molino e, tornato a Chiavenna, nel 1930 da incarico alle Officine Meccaniche Reggiane di produrre delle nuove macchine che apportano degli ammodernamenti importanti e che consentono al molino di lavorare 24 ore su 24. È, credimi, un gioiello di ingegneria (anche non facile da spiegare) che si sviluppa su tre piani più un seminterrato e che si è conservato pressoché intatto. La famiglia Moro, che ora continua l’attività del pastificio a Tanno, vendette l’intero complesso quando ancora era in funzione e poi fu destinato a museo per volontà dell’Amministrazione Provinciale e della Comunità Montana della Valchiavenna. È stupendo da vedere, completamente realizzato in legno, su tutti e tre i piani le sale più ampie sono dedicate alle macchine, mentre i vani laterali ai silos di stoccaggio e alle macchine di pulitura. Tutto il lavoro era azionato da una turbina posta nel seminterrato (ora murata)

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che, mossa dall’acqua portata attraverso un canale dal fiume Mera al molino, azionava un sistema di ruote a pulegge tutte collegate tra loro attraverso delle cinghie, che mettevano in moto, a loro volta, le varie fasi di lavorazione del grano, dalla pulitura, alla macinazione, allo stoccaggio in un altro silos del prodotto finito, al sistema di filtraggio dell’aria. Senza entrare nel merito delle varie fasi, voglio però farti vedere i macchinari e tutto il lavoro di carpenteria del legno che si può notare, comprese le condutture dietro ai macchinari che consentono, grazie ad un sistema di elevatori a scendere e a salire, il movimento del grano da materia prima, a semilavorato, a prodotto finito, ai prodotti di scarto usati come mangime per il bestiame.

I laminatoi al primo piano

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Le semolatrici e i plansister al secondo e terzo piano

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Il sistema di filtraggio dell’aria che consentiva il recupero delle polveri di farina

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Curiosità, che vedi nelle 4 foto raggruppate qui sotto

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La prima in alto a sinistra rappresenta i sacchi con i quali, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ci arrivavano gli aiuti alimentari dall’America con il Piano Marshall, in questo caso si trattava di farina arricchita (perché la troppa raffinazione aveva eliminato troppi nutrienti che erano stati poi reintegrati), ma non sbiancata con additivi chimici. La prima a destra è il dettaglio delle canne indiane messe sui plansister, perché in grado di assorbirne le vibrazioni emesse mentre il macchinario lavorava, al fine di evitare che queste causassero danni strutturali all’edificio. In basso a sinistra, ad un certo punto della sua attività il molino venne elettrificato, un fantastico ammodernamento ma con l’invito a farne buon uso. In basso a destra, ad un altro certo punto della vita della nostra Italia venne indetta una Crociata Nazionale contro la bestemmia, e venne posto tale cartello che però credo servisse a poco perché, immagino, che quando al molino si rompeva, ad esempio, una cinghia non c’era cartello che tenesse dallo scatenamento! Filippo è stato l’ottimo e sapiente Cicerone della mia visita al molino, dopo averlo ringraziato e salutato passo alla meraviglia successiva.

Percorrendo Via Bottonera in direzione Piazza Castello, il Tesoro della Collegiata di San Lorenzo lo raggiungo in meno di due minuti a piedi lungo Via G.B. Picchi. Mi fermo

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nel chiostro e nel loggiato per un attimo mentre gioco stupidamente a farmi i selfie (quello dell”immagine di copertina è venuta benino,mi pare!) e poi entro. Il Tesoro è tale nel vero senso della parola, vi sono esposti gli oggetti liturgici più significativi per l’arte e la storia, dal Romanico al Settecento, appartenuti prevalentemente alla chiesa matrice di San Lorenzo, ma anche ad alcune della valle. Dopo la caduta della dinastia sforzesca, che governava su Chiavenna, la città fu annessa alla Repubbliche delle Tre Leghe dei Grigioni. Il periodo era quello dell’Inquisizione in Italia, ma non per Chiavenna, che invece viveva un periodo di grande tolleranza religiosa che permetteva sia di praticare il protestantesimo (che era la religione dei Grigioni) che la religione cristiano cattolica. Trovarono quindi asilo a Chiavenna molti riformatori e dissidenti religiosi che erano perseguitati dall’Inquisizione, e andando a Chiavenna portarono opere che ritraevano santi delle loro zone di origine. Ecco quindi che nella prima sala del museo del tesoro troverai quadri

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che raffigurano santi non esattamente originari della Valchiavenna. Ma il museo possiede altre opere, dal valore assolutamente inestimabile, come la fonte battesimale del Battistero,

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risalente al 1156 e realizzata in pietra ollare. E ancora l’antifonario musicale del Secolo XI.

È composto da 97 fogli di pergamena dove sono trascritte a mano le antifone che venivano recitate durante le liturgie dal periodo che andava dalla prima domenica di Avvento all’11 di agosto. Non esistono ancora le note musicali, che verranno ideate in seguito da San Gregorio con il canto gregoriano, il valore di questo antifonario consiste nel fatto che sopra le parole in latino ci sono i segni grafici detti chironomici (dal greco chiros: mano), cioè dei disegnini che indicavano, a chi dirigeva i cantori, come muovere la mano per indicare così l’andamento corretto, ascendente o discendente, della melodia. Altre meraviglie arricchiscono il museo, come la statua lignea di madonna con il bambino, di manifattura tedesca come la statua di San Gottardo (che non è solo un passo di montagna ma che fu un vescovo benedettino tedesco della diocesi di Hildesheim),

e ancora portagioie di osso che una volta donati alle chiesa diventarono porta ostie, per proseguire con una serie di calici come il maestoso calice di San Lorenzo del XV secolo, di manifattura comense, in argento dorato con smalti, e con i paramenti sacri dalle pregiate stoffe e sontuosi ricami che venivano donati dalle famiglie nobili e da quelle più abbienti alla parrocchia.

Tra questi ultimi riscuote una particolare importanza storico artistica la pianeta della foto di destra, donata nel 1586 dalla famiglia Lumaga alla collegiata di Piuro e dissotterata intatta dagli scavi della frana che nel 1618 seppellì il borgo. Di questa terribile catastrofe naturale leggerai nel racconto della giornata della domenica che troverai andando avanti, mentre soffermo per un attimo la tua attenzione su quello che è il pezzo più importante del museo e, credo, forse unico al mondo, la Pace di Chiavenna.

Di una magnificenza unica si tratta di una coperta di evangelario o coperchio della sua custodia, risalente al sec. XI che la tradizione vuole sia stato donato a Chiavenna da Cristiano di Magonza, arcivescovo di Magonza e cancelliere di Germania al servizio di Federico I Barbarossa, che accompagnò l’imperatore a Chiavenna nel 1176 per incontrarvi qui Enrico XII di Baviera. È formata da 25 lamine in oro, montate su una tavola in legno di noce, contiene 94 perle e 97 gemme formate principalmente da granati, smeraldi, topazi, zaffiri, molte delle quali montate ancora grezze. L’ipotesi è che queste gemme arrivino dallo Sri Lanka, commercializzate dagli Arabi e trafficate dai Romani, tre di queste sono incise a cammeo. Al centro dei quattro lati quattro smalti che raffigurano in alto il Pantocratore, a sinistra l’Annunciazione della Vergine (riprodotta nello smalto a destra), in basso l’incontro di Maria con Elisabetta. I quattro quadrati smaltati al centro della pala sono posti in concomitanza dei simboli dei quattro evangelisti. Quella dei simboli è la parte più ricca d’oro di tutta l’opera e troviamo, partendo in alto da sinistra in senso orario, l’angelo per Matteo, l’aquila per Giovanni, il leone per Marco, il bue per Luca. Infine le scritte presenti nell’opera, da quella in arabo che recita “fatta benedizione” a quelle in latino con scritto “Pax Vitae” e ” vivano in Cristo e ottengano per mezzo suo il regno coloro che hanno fatto o fatto fare un opera così”. È considerata uno dei maggiori capolavori dell’oreficeria medioevale di chiara committenza imperiale.

Esco da queste visite con occhi e cuore pieni di meraviglia, stupore, gratitudine per aver fatto in modo venissero tramandate, e tanta stima nei confronti di chi le ha realizzate e fatte realizzare. Il mio sabato pomeriggio prosegue con un aperitivo al Caffè Svizzero, un giro per le vie fino ad arrivare ad un altro scorcio sul fiume Mera

e poi è tempo di dedicarsi allo shopping locale, che, come potrai immaginare, per me non è fatto di vestiti ma di cibo. Scelgo i biscotti di Prosto (come non potrei), delle tagliatelle ai funghi porcini (nel senso che i funghi sono proprio nell’impasto), e uno spettacolo di brisaola (non è un errore di battitura, in Valchiavenna si chiama proprio brisaola mentre è bresaola in Valtellina) che non compro nei luoghi blasonati del centro ma a Prosto in un posto che la produce artigianalmente, la macelleria Giacomini proprio lungo la Via Nazionale al nr 11. Rientrata in albergo scambio di nuovo due chiacchiere con Ilio parlando di quanto visto e dei piani su cosa vedere il giorno dopo. Mi dilungo poco però, mi aspetta un tavolo prenotato alla Trattoria del Mercato e poi non voglio perdermi lo spettacolo serale in Piazza Castello, quindi mi affretto.

Al ristorante sfogliando il menù si nota una certa influenza argentina nei piatti, prendo un po’ confidenza con l’ambiente e poi chiedo come mai al cameriere e mi racconta. La famiglia del proprietario è originario della Valchiavenna, i genitori emigrarono in Argentina molti anni fa. Lui ha sposato una donna Argentina e poi è tornato a Chiavenna con la sua famiglia e ha rilevato questa antica trattoria di posta che un tempo, ora non più, aveva anche l’alloggio. La figlia Anabela lavora anche nel ristorante e ci intratteniamo un po’ a parlare. La mia scelta si focalizza su un piatto che a me, personalmente, sistema lo stomaco, carne e patate


Se sei fortunato, e fai in tempo, puoi riservare un tavolo in terrazza dalla quale godere una splendida vista sul Mera.

Molto bello lo spettacolo organizzato dalla ProLoco di Chiavenna, in collaborazione con Davide Bergna, di luci e musica in Piazza Castello nell’ambito del programma Our Place in Space . 13 celebri brani di colonne sonore di altrettanti film reinterpretati da bravissimi e talentuosi cantanti, e goduti anche attraverso degli eccezionali effetti grafici e di luci, proiettati sull’intera parete del castello e resi possibili grazie al lavoro di Alfonso Livati. Ospite d’eccezione della serata l’attrice Astra Lanz (l’attrice interprete di Suor Maria in Don Matteo, se segui la serie, io non me ne perdevo una puntata!! n.d.r.) che recitava dei pezzi in prosa. Giusto per farti capire di cosa di trattasse , prima di continuare con il racconto della domenica, ti lascio con un brano famosissimo che non potrai fare a meno di cantare. Forse il video è un po’ scuro, ti chiedo scusa, non ho potuto fare di meglio, ma la musica mette allegria.

Mi spiace non avere il video del brano che però si abbinava meglio alla splendida cornice del castello medievale, che era quella di Game of Thrones, gloriosa, forte, vigorosa, che fa pensare a valorosi cavalieri in sella ai loro cavalli pronti a difendere il proprio regno, la donna amata, impavidi e sprezzanti del pericolo (in un’altra vita devo essere stata una regina medievale…ahahah…n.d.r.).

Domenica: la sveglia è alle 7, di buon mattino, perché voglio andare a fare una passeggiata e credo sia meglio non faccia troppo caldo. Mi vesto, colazione in hotel, lavo i denti e sono pronta per andare. La direzione è le Marmitte dei Giganti, la partenza dell’itinerario è salendo le scalette dietro alla chiesa della Beata Vergine Assunta (di cui ti ho parlato all’inizio), l’obiettivo è raggiungere e vedere questi enormi pozzi che si sono formati nelle rocce durante le glaciazioni per effetto dell’erosione provocata dall’acqua di scioglimento dei ghiacci. Sono bellissime e ovviamente esistono, oltre che a Chiavenna, in molti altri paesi. Sono belle per chi le ha viste, perché ad onor del vero, devo dire che, ad un certo punto, dopo una bella passeggiata tutta in salita, giunta ad uno slargo che proponeva di salire sul cucuzzolo della montagna o scendere per un sentiero tutto sommato facile, ho battuto in ritirata e sono scesa a valle. Chi mi conosce lo sa, io con le altezze di montagna ho qualche problemino e quindi meglio mettersi in salvo conoscendo e accettando i propri limiti! Una foto sono comunque riuscita a farla che ti rimetto qui di seguito (era la marmitta più in basso)

Mi dedico alla seconda cosa che avevo pianificato per la giornata e mi reco a Prosto di nuovo, al Palazzo Vertemate Franchi, uno splendido esempio di palazzo rinascimentale ancora arredato e conservato in perfetto stato. La famiglia Vertemate era in realtà originaria Dalla Porta, una famiglia di commercianti milanesi che si trasferirono a Vertemate nei primi anni del 1200, e grazie a questa nuova residenza cambiarono il loro cognome. Nominato podestà di Piuro, Ruggero trasferisce nel borgo tutta la famiglia che da qui non si sposta più. Il palazzo vero di residenza della famiglia è quello che si trovava a Piuro, quello visitabile oggi è a Prosto, al di là delle cascate dell’Acqua Fraggia, per farti capire il territorio ti lascio la foto di questo dipinto che lo ritrae, a destra il borgo di Piuro, in mezzo le cascate, a sinistra la residenza estiva dei Vertemate.

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Siamo nel 1618, piove da circa una decina di giorni, il fiume è in piena le cascate anche, la gente del borgo si aspetta una catastrofe che arrivi con l’acqua, e invece no, durante la notte il Monte Cotto frana completamente seppellendo tutto il borgo di Piuro e uccidendo tutti gli abitanti. Restano vivi solo i membri della famiglia Vertemate che però erano fuori dal borgo per motivi commerciali. La frana provoca anche il blocco del corso del fiume Mera causando la creazione di un lago artificiale che si teme possa inondare Chiavenna.

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Con un sistema di canali l’acqua del lago artificiale formatosi viene fatta defluire, il Mera riprende il proprio corso, e sull’antico borgo di Piuro viene piano piano ricostruito un nuovo borgo dal nome Borgonuovo. Il palazzo che ora è visitabile in tutto il suo splendore si è salvato proprio perché fuori dall’area della frana. È una riserva di caccia completamente autosufficiente, circondata e protetta da una muraglia, all’interno aveva, e ha ancora, un castagneto, un orto, una vigna, le stanze della servitù, locali di conservazione degli alimenti compresa una ghiacciaia profonda 10 metri. Tutto, nel palazzo era stato pensato e creato con gli elementi presenti nel territorio, nel rispetto degli stessi e in modo da non sprecare nulla. Ad esempio il sistema di irrigazione (attivo tuttora) arrivava dalla sorgente con un sistema di canali ad una specie di serbatorio posto dietro la villa e sempre attraverso dei canali arrivava nell’orto davanti alla villa e nella vigna posta davanti all’orto, sfruttando il sistema del terrazzamento. E ancora, ad esempio, gli agrumi venivano coltivati mettendo un vaso di rame sopra ai davanzali in pietra ollare posti nell’orto, che, generando calore scaldava il rame consentendo la maturazione dei frutti. In inverno il vaso veniva riposto nella nicchia di fianco al davanzale che veniva scaldata con del letame posto davanti al muro del terrazzo. Puoi capire il tutto guardando questa foto

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La facciata è semplice, il palazzo aveva comunque davanti una strada comunale, non si voleva dare troppo nell’occhio, ma all’interno i lussi si potevano avere. Ad animare il corridoio di entrata gli Dei della mitologia

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Nel 1618, dopo la frana, una stanza del pian terreno, quella dove generalmente i Vertemate erano soliti sottoscrivere i propri contratti di affari, venne adibita ad ufficio del Prefetto dove entrava quindi la gente del popolo in quanto ufficio pubblico. Le persone, intimorite dai fatti appena accaduti e vittime anche dell’ignoranza del tempo, graffiarono gli occhi degli Dei eccetto che a Vulcano che, rappresentato con il martello in mano, veniva identificato come un lavoratore e quindi vicino al popolo. Le stanze al pian terreno ospitavano quindi le cucine e le sale di rappresentanza per gli affari dei Vertemate, e nella stanza che poi divenne del prefetto c’era anche una sorta di cimice del tempo, uno stanzino da dove un anonimo scrivano verbalizzava gli incontri d’affari.

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Al secondo e terzo piano, i piani nobili del palazzo, con meravigliose stanze, pregiati soffitti, raffinati dipinti, e poi cesellature, bassorilievi, intarsi, e ancora giochi, saloni delle feste, mobili di manifattura spagnola, passaggi segreti, bellissime ceramiche, insomma una magnificenza per gli occhi. Il palazzo poi, dopo l’ultimo erede maschio dei Vertemate, passò di proprietà, ma tutto fu, non solo conservato, ma anche migliorato. Ti metto solo un breve video di quello che vedrai, per non toglierti il gusto della visita

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​ma voglio raccontarti comunque tre curiosità che riguardano il palazzo con questo collage.

La foto in alto a sinistra rappresenta Aloisio Vertemate, se sei una dama di bell’aspetto ricordati di salutarlo quando lo incontri e quando lo rivedi scendendo, ha amato molto le donne in vita, non essere salutato da una signora è una cosa che lo irrita terribilmente e lo fa girare per il palazzo senza trovare pace.

La foto in alto a destra, è il soffitto del salone delle feste, realizzato in legno di cirmolo perché leggero morbido ed in grado di auto-conservarsi in quanto emana un odore che alle tarme non piace. Questo palazzo è talmente un vanto per la Regione Lombardia che nel 1911, ad una celebrazione per l’Unità d’Italia avvenuta a Roma, venne portato il calco in gesso di tutto il soffitto del salone delle feste di Palazzo Vertemate come simbolo della Regione.

La foto in basso in orizzontale è il soffitto della stanza dove alloggiava il vescovo di Como durante le sue visite parrocchiali in zona. Rappresenta la terra (la botola al centro), con i pianeti che la circondano. La leggenda vuole che dalla botola, durante la notte, scendesse una fanciulla nel letto del vescovo. E siccome, scendendo dall’alto era un chiaro segno della Provvidenza Divina, essendo una cosa voluta da Dio il vescovo non poteva rifiutare tale disegno divino!

All’uscita dal palazzo raggiungere le cascate dell’Acqua Fraggia è semplice, basta seguire, il Percorso Vita, che taglia in perpendicolare i piedi della montagna andando verso Borgonuovo, e il campanile della chiesa di Borgonuovo

che però è scomparsa, ma questa volta non per opera della frana ma di un alluvione diversi anni dopo.

È arrivata la fame, mi fermo al Crotto del Fuin a Borgonuovo. I crotti sono delle grotte naturali dove soffia un vento, il sorèl, che ne fa mantenere la temperatura costante intorno ai 6/8 gradi durante tutto l’anno. Tutti adesso hanno il ristorante davanti e io scelgo di mangiare due specialità chiavennasche

Gnocchetti e torta fioretto accompagnata dai biscotti del crotto.

Con questo il mio soggiorno a Chiavenna volge al termine, a malincuore mi avvio verso l’hotel per ritirare il bagaglio e poi andare in stazione.

Nella quiete della valle, nel corso delle mie camminate, mi sono trovata più volte a riflettere in base a quali parametri si possa valutare la vivibilità di un paese. Ho tratto la conclusione che un paese è vivibile quando è in qualche modo autosufficiente all’interno della sua comunità. Quando chi ci vive, per farlo, trova tutto ciò di cui ha bisogno all’interno del paese, senza avere la necessità di spostarsi a meno che non abbia esigenze straordinarie o particolari. Diventa un paese perfetto quando, non solo è vivibile per chi ne gode nel quotidiano, ma anche per chi, come me, arriva per caso, per trascorrerci un fine settimana, senza macchina e trova tutto quello che serve per essere felice il sabato, la domenica, e nei giorni successivi, quando sarà tornata alla sua routine ma sarà felice nel ricordare quanto visto e vissuto, e avrà voglia di ritornarci. Chiavenna è così, o almeno così l’ho percepita io,  Ã¨ ancora uno di quei paesi in cui la gente del posto, vedendoti camminare per strada, capisce che non sei del luogo (perché giri con uno zainetto rosso in spalla e le facce più o meno si conoscono tutte) e ti saluta, o scambia opinioni con te guardando lo spettacolo della sera in piazza e ti senti accolta, e non c’è sensazione più bella.

L’articolo è un po’ lungo, lo so, mi auguro tu abbia trovato la forza di arrivare fino a qui, se si, a mia discolpa per essermi dilungata posso dirti, come avrai capito anche tu, che Chiavenna e i suoi dintorni sono troppo vicini ad essere angoli di paradiso e non avrei potuto far loro il torto di riassumerli in poche spicciole parole.

Buona Strada!