Cartolina da “Mantova”

L’intenzione di visitare Mantova mi balenava in testa da un po’! Ne avevamo parlato con la mia amica Serena, era stata una delle gite fuori porta che valutammo con mia sorella l’ultima volta che è venuta a trovarmi a Milano ma, per un motivo o per l’altro i piani sono sempre stati rimandati, o addirittura saltati proprio, in funzione poi di altre scelte. Volendo seguire un pensiero New Age, con il senno di poi, mi viene da scrivere di getto che il motivo per cui i tentativi di organizzare la visita a Mantova non andarono mai a buon fine è arrivato un giorno qualsiasi, su Instagram, esplorando nuovi profili da seguire. Uno di questi è stato quello di Oltremantova, mi arriva un messaggio, iniziamo a scriverci, mi raccontano un po’ di loro nasce l’idea della cartolina. L’istinto non tradisce mai, l’ho scritto più volte anche qui, continuo a ripeterlo e lo farò sempre, è quella vocina che ti dice, quando una cosa va fatta, quando puoi fidarti delle persone. Con Oltremantova è stato così, mi sono fidata e sono andata a scoprire chi fossero. Appuntamento quindi per sabato 28 ottobre a Mantova, e così abbiamo fatto. E se in questa breve presentazione non ti racconto di più di loro (chi sono, cosa fanno, etc etc) è per tenere fede allo stile con cui sono solita scrivere le mie cartoline, cioè nello stesso esatto ordine in cui io ho visto e vissuto questa esperienza, facendoti leggere come è andata la giornata….

Il treno per Mantova è quello delle 08:20 da Milano, arrivo previsto per le 10:10, scendo e mi dirigo verso l’uscita e camminando cerco di scorgere i miei “compagni di viaggio”. Riconosco subito Antonio (con il quale ho parlato e del quale ho visto la foto profilo) con i suoi capelli neri e gli occhiali dalla montatura dello stesso colore dei suoi capelli, alla sua destra c’è Adriano alto biondo con la barba che tende al rosso e gli occhi chiari, ma il primo a parlarmi e ad accogliermi con un caloroso sorriso è l’affascinante Corrado (alla sinistra di Antonio) che mi dice appena mi vede “sei tu Antonietta”. Presentazioni di rito e subito ci incamminiamo verso il centro per andare a prendere un caffè. E camminando mi raccontano, Oltremantova è un associazione fondata da quattro giovani ragazzi del luogo, che hanno unito le loro forze per promuovere e condividere idee e opportunità volte a finalizzare lo sviluppo di Mantova, del suo territorio, dei suoi prodotti locali collaborando con realtà già esistenti sul territorio o start up di nuova costituzione potenziandone l’attività. I soci fondatori sono Antonio Mancini (Presidente), Adriano Romitti (Vicepresidente), Lorenzo Andreani (Segretario), Francesco Andreani (Tesoriere), coadiuvati dall’aiuto di altre giovani forze e sostenuti con grande entusiasmo e ferma motivazione dal padre degli ultimi due nominati, Corrado appunto. La strada che percorriamo per raggiungere il centro ci porta lungo Corso Vittorio Emanuele (Corso Pradella per i mantovani ma il nome ufficiale è Vittorio Emanuele)

che termina con la bellissima costruzione del Teatro Sociale. Ma noi non arriviamo fino alla fine, tagliamo a destra, entriamo nel portone del palazzo al nr 52, che si trova proprio di fronte al Circolo Ufficiali Unificato dell’Esercito, il cui palazzo fu il quartier generale a Mantova del feldmaresciallo austriaco Josef Radetzky (a lungo governatore del Lombardo-Veneto durante l’impero Austro-Ungarico). L’ingresso in realtà è privato ma superato il vialetto e un piccolo cortile ci si trova immersi nei Giardini Valentini,

un grazioso spazio verde circondato da muri con all’interno fusti secolari. Oltrepassata questa oasi e superato un altro cancello si esce in Via Viani. Antonio Maria Viani, Prefetto delle Fabbriche Ducali Gonzaghesche fu l’architetto al quale i monaci teatini affidarono, nel 1600, la supervisione della costruzione della chiesa di San Maurizio da annettere al convento già esistente. La trovi passeggiando lungo Via Antonio Viani, alla fine della strada all’angolo con Via Chiassi, via sulla quale domina la sua facciata che venne ricostruita nel 1731. Meraviglioso il contrasto tra il davanti in stile barocco/rococò e la parte posteriore ancora con i mattoni a vista di questa chiesa che dal 1957 (anche a seguito dei danni subiti dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale) è chiusa al culto. Sono i miei amici di Oltremantova a raccontarmi un curioso aneddoto che la accompagna, dal 1808 al 1814, durante l’occupazione francese, divenne parrocchia militare dell’esercito francese (appunto) e Napoleone la fece diventare la chiesa di San Napoleone (proclamandosi santo egli stesso peraltro), ufficializzando il tutto apponendo una targa sulla facciata che ancora oggi è ben visibile.

Il bar dove ci fermiamo a fare il “pit-stop caffè” è proprio lì all’angolo laterale della chiesa, il Coco Bar, è il luogo dove si radunano abitualmente i soci di Oltremantova (infatti da loro è soprannominato il coVo Bar!), hanno organizzato qui una bella sorpesa per pranzo, ci ritroveremo quindi di nuovo qui più tardi a parlare di questo posto e dei suoi simpatici proprietari. Noi “turisti” proseguiamo verso il centro, passando lungo Via Roma, superando Piazza Martiri di Belfiore ci dirigiamo dritti dritti verso il nostro obiettivo, dove i miei amici hanno organizzato una visita. Mi dicono “andiamo a visitare una pasticceria”, adoro i dolci e mi rilassa il realizzarli per cui già mi brillavano gli occhi, ma mai avrei potuto immaginare sarebbe stata un’esperienza tanto sensazionale. La Tur dal Sucar  in Via San Longino, è la più antica pasticceria della città, entrare qui è come fare un viaggio con la macchina del tempo e respirare la storia della città. Il negozio


nasce nel 1950 dalla creatività e dalla passione del Sig. Spagna Alceo, nel 1962 entra in bottega (a soli 13 anni per imparare il mestiere) Giovanni Comparini. È talmente appassionato nell’imparare tutti i sapienti consigli che il suo maestro Alceo è pronto ad insegnargli che nel 1972 diviene lui proprietario della pasticceria insieme a sua moglie Carla. E da allora

Giovanni, nel suo laboratorio è il custode dell’arte pasticcera mantovana

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​e delle sue peculiari ricette, come la bignolata

​o la torta elvezia arrivata a Mantova con un pasticcere svizzero della regione dei Grigioni. Tre dischi di pasta alle mandorle dolci e amare farciti con crema al burro e zabaione (è la torta che Antonio sceglie ogni anno per il proprio compleanno)

zabaione che il Sig. Giovanni realizza ancora usando un paiolo di rame che non cambierebbe mai per nessuna ragione al mondo perché, dice, che con nessun altro materiale il gusto potrebbe avere lo stesso risultato. ​

​E poi ancora millefoglie

e ancora due dolci molto tipici della tradizione pasticcera mantovana. L’ anello di monaco


un dolce dall’impasto lievitato simile al panettone al quale viene aggiunto durante la lavorazione un ripieno a base di nocciole, mandorle, marroni e composta di frutta. Una ciambella lievitata che viene decorata alla fine con della glassa allo zucchero fondente. E ancora i caldi dolci,


biscotti tipici del periodo dei morti, diversi dalle comuni fave dei morti presenti in tutto il resto dell’Italia. Si tratta di una polenta (quindi adatta ai celiaci) alla quale vengono aggiunti pinoli, frutta candita, mandorle e dalla quale vengono ricavati dei biscotti che poi vengono rimessi in forno a dorare. Una spolverata di zucchero al velo finale e sono squisiti. Tutto realizzato al momento, con prodotti freschi e di altissima qualità, il Sig. Giovanni usa la saggezza che si usava una volta per realizzare le sue meraviglie di gusto e dice che non ha bisogno di ritrovati moderni come l’abbattitore perché lui non produce torte da banco frigo come quelle del supermercato! Potrei soffermarmi sulla sua bravura spendendo ancora qualche parola in più che senz’altro meriterebbe, ma non è stato solo questo a colpirmi. A lasciare un segno indelebile in me è stata la sua gentilezza, la sua disponibilità, il sentirmi, all’interno di questa pasticceria che profuma di buono, come a casa dal momento stesso che sono entrata e, come sempre succede quando lasci casa, il non volermene andare. Sarei rimasta per tutto il resto della giornata a sentirmi la vita raccontata dal Sig. Giovanni, dall’alto della sua umiltà, della sua saggezza, di quella sua passione che, ancora adesso dopo 50 e più anni in pasticceria, gli fa brillare gli occhi quando ne parla. Lo lascio a malincuore, davvero, ma mi porto i due omaggi che userò per le colazioni dei prossimi giorni, l’anello di monaco e la mitica super famosa evergreen sbrisolona mantovana. Strada facendo continuiamo a parlare del Sig. Giovanni raggiungendo a piedi la piazza più storica della città di Mantova alla quale accedi subito dopo aver superato l’arco (chiamato lo stargate) che ti catapulta nel pieno di Piazza Sordello e del suo immenso e maestoso Palazzo Ducale.


35.000 mq di meraviglia  come giustamente recita il sito, dal 1308 è stato sede delle famiglie che governarono Mantova. Dai Bonacolsi, per poi proseguire con i Gonzaga (che cacciarono i Bonacolsi), e perfino Maria Teresa d’Austria abitò qui durante la dominazione austriaca. Formato inizialmente da ambienti separati e distinti costruiti in epoca diverse venne poi unificato per volere dell’allora Duca Guglielmo Gonzaga nel 1556 formando uno dei complessi più grandi d’Europa. E fu ancora per volere dello stesso Duca che venne costruita nello stesso periodo la Basilica Palatina di Santa Barbara, chiesa di corte annessa al complesso del palazzo Ducale. Dalla loro “modesta dimora” i Gonzaga potevano accedere attraverso un percorso privato, che permetteva loro di non uscire in strada e poi, di seguire le funzioni religiose da dietro a delle grate, in una cappellina privata posta sopra l’altare maggiore della basilica. La loro postazione era proprio di fianco al pregiatissimo organo del 1565 di manifattura Antegnati recentemente restaurato e perfettamente funzionante.


È da questo camminatoio laterale alla basilica

che nel 1630 fecero ingresso i Lanzichenecchi. A difesa di questa porta c’era (e c’è tutt’ora, ho scattato la foto tra una fessura della grata) un cancello che i Lanzichenecchi trovarono aperto per opera di un soldato mercenario svizzero che tradì i Gonzaga. Il sacco che ne seguì fu devastante, all’epoca la popolazione di Mantova era più o meno come quella di Parigi, dopo il passaggio di queste truppe tedesche risultò decimata. Gli abitanti cercarono di resistere, ma la città era già indebolita dalla peste e poco poterono contro la ferocia dei Lanzichenecchi che, non si curarono nemmeno di salvaguardare il grande patrimonio artistico che i Gonzaga possedavano (come invece faceva Napoleone che teneva da conto quello che di bello trovava nei territori da lui conquistati, rubava si, ma almeno non distruggeva), distrussero tutto. Le opere d’arte, i pregiati arredi, gli arazzi, i gioielli, appartenenti alla collezione privata dei Gonzaga e che si salvarono furono quei beni che la famiglia vendette prima del sacco del 1630 in quanto, in difficoltà economiche, speravano così di rinverdire (almeno in parte) le finanze del ducato. Nonostante la fine non felice, la magnificenza che questa illuminata e avveduta dinastia riuscì a creare a Mantova fu notevole ed è visibile tuttora, e continua ancora passeggiando a piedi nell’annessa Piazza Castello (che oggi propone stagioni ricche di eventi) e nei giardini pensili ancora oggi percorribili e anche questi ricchi di storie. Come quello di Piazza Pallone dove fu decapitata Agnese Visconti Gonzaga perché accusata di adulterio dal marito Francesco I Gonzaga. Lei e il suo presunto amante Antonio da Scandiano vennero seppelitti in questo giardino,

e due anni dopo il fatto, si scoprì perché il marito se la tolse di mezzo, sposando Margherita Malatesta, figlia dei Signori di Rimini con i quali si coalizzò contro i Visconti. La leggenda narra che l’anima tormentata di Agnese, provata dalle ingiustizie subite, non trovi pace e vaghi ancora nel castello gridando in modo straziante. Estreme lotte di potere di un tempo, quando la vita valeva davvero poco e che ci fanno pensare che tutto sommato ora non so se sia il caso di lamentarsi! Discutendo di tutte le varie ed eventuali a questo connesse, io e i miei amici di Oltremantova ci incamminiamo per il pranzo, ma tornati verso Piazza Erbe


(dove sull’angolo a destra spicca la casa del mercante) per me è d’obbligo passare a vedere l’interno della Rotonda di San Lorenzo.


Costruita intorno all’anno 1083 per volere di Matilde di Canossa, la sua posizione molto più bassa rispetto al piano strada fa capire chiaramente che la costruzione avvenne su un edificio già esistente costruito in epoca romana. Una triste sorte toccò per molti anni a questo stupendo edificio, fu sconsacrato, adibito a magazzino, gli ci vennero costruite delle case davanti che lo rendevano addirittura invisibile e solo nel 1908 venne espropriato, ristrutturato e nel 1926 riaperto al culto. Rinascimentale è invece la Torre dell’Orologio della piazza, costruita per volere di Ludovico III Gonzaga e di grande avanguardia per l’epoca. L’orologio indicava le ore ordinarie e rilevava il percorso del sole attraverso i segni dello zodiaco e le fasi lunari. Dal 1700 non fu più attivo e il meccanismo astronomico fu rimesso in moto nel 1989 dal fabbro ed orologiaio Alberto Gorla di Cividale Mantovano. Ora la torre ospita al suo interno il Museo del Tempo. Per noi invece è tempo di pranzo, la fame si fa sentire e sapere quello che ci aspetta a tavola sembra ci renda ancora più affamati. Torniamo al Coco Bar in Via Viani dove Giorgio e Agata hanno già preparato tutto e dove ci raggiungono altri membri di Oltremantova. Non appena ci sediamo ecco che arrivano in tavola dei fantastici tortelli di zucca

conditi semplicemente con del burro e salvia. A prepararli in casa fatti a mano è stata un’autentica rasdora più volte premiata per la bravura con cui li sa realizzare. Chi è la rasdora? L’equivalente marchigiano di vergara, cioè la donna di casa, la reggente della casa, colei che si occupa di gestirne tutte le varie incombenze e che cucina da Dio. Non sto a dirti la bontà di questi tortelli, unici con questa sapiente mescolanza di dolce e salato che conquista il palato. Ma devo dire che se l’è cavata in modo eccellente anche Agata, siciliana in realtà, che ha preparato una magnificenza di risotto con salsiccia mantovana, ricetta che ha il nome ben preciso di “risotto alla pilota”. Due storie accompagnano questo nome, una quella che si riferisce al metodo di cottura del riso, pilota deriva da pila cioè il riso veniva cucinato dall’uomo addetto alla pila (una sorta di mortaio in cui si sbuccia il riso) che, cucinando il riso con il metodo pilaf (per assorbimento) aveva modo di continuare il suo lavoro senza sospenderlo. La seconda storia è quella che lega la ricetta a Tazio Nuvolari, nato a Castel d’Ario, un paese in provincia di Mantova da dove il piatto ha avuto origine.

Accompagna tutto con dell’ottimo lambrusco mantovano, termina il pranzo con la torta elvezia di Giovanni e ora dimmi se tu davvero potresti trovare qualche altra situazione che ti faccia sentire così tanto vicino a un paradiso terrestre?!?!? Beh..,di sicuro qualche altra c’è ma anche questa, era una di quelle! Ci lasciamo con Antonio, Adriano, Corrado, Francesco, Lorenzo e tutti gli altri ragazzi di Oltremantova (tra cui anche un marchigiano di Jesi, Alessio, che per campanilismo regionale devo nominare), tempo anche di ringraziare Giorgio e Agata


del Coco Bar per la loro squisita ospitalità. Sono già le 15:00 il mio treno per Milano riparte alle 18:50 ho ancora del tempo per visitare qualcosa di Mantova, decido di andare a Palazzo d’Arco. Il tragitto che percorro per raggiungerlo è quello che già conosco perché ci sono già passata al mattino. Ritrovo quindi la Basilica di Sant’Andrea e questa volta entro,

e percorro la sua navata principale per trovarmi verso la fine di essa, un po’ prima dell’altare maggiore, di fronte al colonnato ottagonale che accoglie le reliquie del sangue di Gesù Cristo. A portare a Mantova il “Preziosissimo Sangue” fu il soldato romano Longino, divenuto poi San Longino la cui salma riposa proprio nella Basilica. Fu lui a ferire il costato di Cristo dopo la crocifissione e, una volta terminato il ruolo di soldato, gli vennero date delle terre a Mantova e portò con se questa preziosa reliquia. Dopo la scoperta che si trattava del Sangue di Cristo avvenuta nell’804, fu la madre di Matilde di Canossa, Beatrice di Lotaringia nel 1046 a volere l’edificazione di questa Basilica. E la costruzione della Rotonda di San Lorenzo (di cui ti ho parlato sopra) per desiderio di Matilde di Canossa, si ricollega lo stesso alla scoperta di questa reliquia, la forma che gli venne data (il cerchio appunto) ricorda l’Anastasi cioè la rotonda costruita intorno al Santo Sepolcro. Piazza Matilde di Canossa è poco più avanti e un bellissimo palazzo dalle linee barocche la veste completamente. Non è però la casa di Matilde, o almeno non nelle linee architettoniche così come lo vediamo ora, perché il palazzo attuale è del 1600 e fu costruito per volere del Marchese Orazio Canossa. Sull’angolo della piazza, l’Antica Edicola dei Giornali, una bomboniera in vetro e ferro che è ancora lì ad ornare la piazza (e ci sta magnificamente bene), non ci si vendono più i giornali, all’interno è abbellita da fiori ed è un piccolo magnifico incanto.

Proseguendo a piedi su Via Fernelli, alla fine della via c’è Palazzo d’Arco, una splendida dimora aristocratica perfettamente conservata.

La visita inizia dal giardino


e dalla Palazzina dello Zodiaco ad esso annessa attualmente,

ma non ne ha fatto parte da sempre, uno dei proprietari fu addirittura Alessandro Gonzaga e il giardino non era del palazzo. Fu successivamente che le proprietà vennero unite, quando il palazzo fu acquistato da Annibale Chieppo, consigliere e segretario ducale dei Gonzaga, ministro del duca e conte dei feudi monferrini di Piovà, Cerreto e Castelvairo. Passa alla famiglia dei Conti d’Arco (originari di Arco in provincia di Trento) nel 1740 quando muore Scipione, ultimo discendete maschio della famiglia Chieppo, che lascia tutto in eredità al figlio maggiore della sorella Teresa che aveva sposato un d’Arco. Talmente vasta era la fortuna ereditata che i d’Arco decisero di trasferirsi a Mantova per sempre. L’ultima ad aver abitato questo palazzo fu l’avveduta Marchesa Giovanna d’Arco (che non c’entra ovviamente nulla con la pulzella d’Orleans), scomparsa nel 1973 che volle fortissimamente lasciare tutto destinato a polo museale in modo che la sua famiglia continuasse a vivere. Figlia illegittima e amatissima del padre Francesco Antonio d’Arco venne da lui riconosciuta intorno ai 17 anni, prima il padre non poté farlo, l’aveva avuta dalla relazione con una sarta mantovana amatissima da Francesco ma che lui non poteva sposare per via delle differenti posizioni sociali. Quando restò erede del suo casato legittimò la sua paternità e portò la sua amata a vivere a palazzo con la figlia. La dimora è ricca di opere, arredamenti, abiti, biblioteche, pregiate carte da parati tutto in perfetto stato di conservazione e che assolutamente vale la pena vedere.


Sono stata ancora più fortunata, perché il sabato in cui io sono andata era in corso una mostra temporanea sulle ceramiche di palazzo d’Arco. Meravigliosi servizi cinesi da tè (acquistati quando le porcellane venivano ancora realizzate soltanto in Cina), per poi iniziare con i primi servizi europei e passare ancora alle finissime porcellane bavaresi ma anche italiane (quando ancora la più famosa fabbrica italiana si chiamava solo Ginori).

Servizi anche da caffè, da cioccolata e due dettagli scoperti durante la visita.

Il primo la lattiera (presente sia nei servizi da caffè che da tè) non era in realtà una scelta di gusto, ma semplicemente un compromesso. Le porcellane infatti erano tanto più pregiate quanto più sottili fossero, e versare le bevande calde al loro interno voleva dire rischiare di rovinarle, il latte era lo strumento che stemperando la temperatura ovviava questo rischio. Il secondo, i coperchi delle cioccolatiere avevano un forellino che serviva ad infilare un ferro sottile con il quale girare il cioccolato al suo interno per evitare che addensasse e non uscisse dal becco. La meraviglia del palazzo è una rarità che è difficilissima da trovare in qualsiasi altra dimora aristocratica dove recita sempre la parte della costante assente ma non a Palazzo d’Arco, la cucina. Ancora con tutti gli stampi in rame, da budino, da dolci, da pesce in crosta e torte salate, le formelle per i biscotti, le caffettiere,

gli scaldamani, i preti e le monache per scaldare letti e ambienti, il torchio per la pasta, i paioli, le leccarde per raccogliere il grasso di cottura delle carni, i macina spezie…

insomma il posto dal quale non sarei mai più uscita e che davvero mi ha fatta emozionare. La Marchesa Giovanna, rimasta vedova del suo primo e unico marito, ritorna a Palazzo e si trasferisce a vivere al piano terra occupandone tutta l’ala per lasciare integre invece le stanze al piano nobile in quanto era già nella sua mente l’idea del museo.

Nonostante i numerosi pretendenti, Giovanna preferirà per tutto il resto della sua vita la compagnia dei gatti e delle sue poesie in mantovano, in una delle quali recitava in qualche modo che, avendo preso una bella imbrogliata con il primo marito…non aveva nessuna intenzione di tentare il rischio di nuovo! Lascio il palazzo con un sorriso sulle labbra e pensando quello che penso sempre vedendo case così “mi sarebbe piaciuto abitare qui” (oramai non so più in quante case io lo abbia detto!). Torno sulla mia strada portandomi dentro il ricordo di una giornata sensazionale che termina in treno rincontrando un gruppo di simpatici nati nel ’53 che si sono conosciuti su Facebook, sono sparsi in tutta l’Italia e per incontrarsi si danno appuntamento ogni volta in una città diversa, questa volta era Mantova. Lo fanno per dare umanità a questo scriversi su Facebook che, giustamente dicono loro, rappresenta una grande opportunità ma che non deve rimanere sterile ad un mondo virtuale. Durante il viaggio di ritorno in treno, cerco di fissare le tappe, rivivere la giornata, scrivo appunti sulla mia fidata Moleskine per non perdere niente di quello che scriverò sulla cartolina. È stata una giornata memorabile ma lo so già, Mantova è da tornare a vedere, e credo di potermi riaffidare alle mani sapienti dei miei amici di Oltremantova che la amano così tanto da saper consigliare bene cosa fare, dove andare, dove mangiare e sanno anche raccontare aneddoti, curiosità, leggende e storie che fanno presa su chi non conosce la città (o almeno su di me, ma io sono curiosa come una scimmia!). Sono certa che li cercherai anche tu per affidarti a loro. Ad Oltremantova il mio grazie che arriva dal cuore e la certezza che grandi risultati da un lavoro svolto con tanta passione e dedizione non tarderanno ad arrivare.